Molti di voi sanno (spero!) che la navigazione sul Web espone gli utenti ad una certa quantità di perdita di informazioni personali (chiamato privacy leakage). Queste informazioni personali sono utilizzate, nella interpretazione positiva, a fornire servizi personalizzati che possiamo trovare di nostro gradimento (pubblicità mirata ai nostri interessi) e, nella interpretazione negativa, a favorire la creazione di un nostro profilo completo (sulla rete) che può essere utilizzato a vari scopi (compreso quelli illegali, frodi, etc.).
Comunque sia, chi ha seguito il seminario di Balachander Krishnamurthy, tenuto ieri (come seminario ISISLab) nella nostra Università, ha visto come questo problema sia estremamente avvertito negli Stati Uniti e, presto, probabilmente anche in Italia.
Proprio oggi è uscito un articolo sul Technology Quarterly dell’Economist, “Watching while you surf“, dove si parla di una nuova tecnologia, Phorm, che viene venduta agli ISP dalla società per effettuare la raccolta di dati e informazioni circa il navigatore, allo scopo di fare quello che viene chiamato “behavioural targeting”.
La tecnologia sembra essere un buon esempio di applicazione intermediaria, costruita in maniera tale da essere installata presso gli Internet Service Provider (che così sperano di riguadagnare il terreno perso sui servizi di marketing per i propri utenti). Sembra rappresentare una successiva ecoluzione dei sistemi standard (tipo doubleclick, ad esempio), ma posizionate in maniera molto più critica (oserei dire subdola) durante la connessione HTTP: tutte le richieste di un utente vengono analizzate per poter fornire pubblicità personalizzata.
Phorm sembra essere estremamente consapevole della (sgradevole) sensazione di mancanza di privacy che il sistema sembra implicare. E una gran parte del loro sito, http://www.phorm.com, è dedicato a fornire spiegazioni sulla maniera in cui il loro meccanismo protegge la privacy. Tra le “contromisure”, ogni utente non viene schedato (con IP, ad es.) ma gli viene assegnata una random ID, “Non collezioniamo numeri più grandi di 3 cifre (codici, etc.), le password, e naturalmente https“, “non sappiamo dove un utente è stato“, “Utilizziamo solamente un insieme fisso di termini da ricercare” (dal loro video). Infine la possibilità di fare “switch off” viene presentata come una grandiosa opportunità. Diciamo che tanta attenzione fa venire in mente il detto latino “Excusatio non petita, accusatio manifesta“.
Allora, la esplicitazione della privacy che si perde con Phorm è positiva, almeno l’utente saprà bene come difendersi. E non valgono neanche le loro scusanti che i dati che loro collezionano sono meno di quelli che vengono collezionati dai siti di e-commerce e dai third party sites. Il fatto è che l’intera navigazione di un utente viene intercettata e tutto si poggia nella fiducia che l’utente ha sull’utilizzo dei dati raccolti. Fiducia che Phorm (in una sua precedente istanziazione come 121Media, un altro nome della stessa società) ha probabilmente perso installando vari programmi di adware, insieme a freeware, che erano difficili da disinstallare, quasi non si volesse che fossero disinstallabili. Anche il fatto che ha fatto delle prove della tecnologia nel 2006/2007 presso British Telecoms, senza che nessun utente BT sia stato avvisato, non depone proprio a favore della azienda.
Inoltre, sottolinerei anche la importanza del valore di default che viene assegnato ad un nuovo utente: Phorm pone molta enfasi sul fatto che è possibile disabilitare il meccanismo, che, ovviamente, sarà abilitato per default. E questo rappresenta un altro importante aspetto. Come Balachander Krishnamurthy ha riportato, oltre l’80% degli utenti di Facebook adottano il default di privacy settings, proposto dal sito. Qualsiasi scelta che riguarda la privacy dovrebbe proporre un valore di default simile a “No, non voglio che dati privati personali vengano utilizzati da altri” e poi permettere ad un utente informato di scegliere di abilitare il meccanismo.
Insomma, un tentativo sempre più pervasive del marketing di intercettare la nostra navigazione. Magari tecnicamente attraente, ma socialmente assai pericoloso.
Vittorio Scarano